Pensierino

La lingua delle emozioni

Linguaggio_emozioniQualche giorno fa parlavo con un amico svizzero che è sposato con una brasiliana di origine giapponese. La loro è una bellissima storia d’amore, fatta di viaggi e di attese, di incontri e di decisioni. Era da tempo che pensavo di chiedere a lui in quale lingua parlassero quando si sono conosciuti; con loro io parlo l’italiano, lo parlano bene, lo conoscono da tempo ma quando si sono incontrati nessuno dei due lo sapeva. La risposta è l’inglese, questa era la lingua con cui hanno iniziato la loro storia d’amore. Poi lei ha deciso di studiare l’italiano e lui ne ha approfittato per esercitarsi, per approfondire una lingua che amava ma che non conosceva bene. Da anni dialogano in italiano. Nel tempo è arrivata anche una splendida bimba con cui ognuno di loro parla la lingua madre. L’italiano resta però la lingua della famiglia, quella con cui dialogano tutti e tre insieme. Per un momento mi sono soffermata a immaginare la loro vita famigliare: il padre che parla in tedesco (è della Svizzera tedesca) con la figlia, la madre che le parla in portoghese, insieme che dialogano in italiano a volte con qualche supporto di inglese se serve. Mi sono chiesta se la lingua sarà sempre necessaria, ci potrà essere un giorno in cui non serviranno più le parole? Potremo comunicare con dei gesti? O solo con gli sguardi? Ho fatto queste considerazioni ad alta voce, insieme agli amici, e qualcuno ha dato un’ottima idea. Ha parlato della lingua delle emozioni, quella che non ha bisogno di parole, quella che parte da dentro e ha la capacità di esprimere ciò che si sente solo attraverso delle vibrazioni. Onde di energia che arrivano all’altro e che trasmettono il sentire. Non so se capiterà ma di certo questa potrebbe essere una lingua universale.

Il ricordo delle spezie

Spezie“Brocca e cannella!” Era la raccomandazione che faceva mia nonna quando mi dava le indicazioni per la ricetta del ragù; con il termine “brocca” s’intendono i chiodi di garofano, era il suo modo dialettale per riferirsi a questa spezia. Il suo segreto per un buon ragù era questo e, se il suo umore lo suggeriva, aggiungeva la noce moscata. Ricordo la sua cucina piena di vasetti nei quali immaginavo ci fossero intrugli di ogni specie; nel tempo ho sviluppato un mio gusto per le spezie e ne ho provate altre che mia nonna non ha mai conosciuto. Ce ne sono alcune che ho imparato ad apprezzare grazie ai miei viaggi, il colombo ad esempio è diffusa nella cucina creola e si trova spesso anche nel sud della Francia. Ricordo di averla comprata in un mercato di Saint-Tropez diversi anni fa. Conservo anche io i miei vasetti e ogni tanto li apro, li annuso, chiudo gli occhi e scelgo qualcosa da ricordare.
Ho pensato spesso al mio utilizzo delle spezie e credo che sia molto condizionato dal ricordo; mi sono resa conto che mi capita di utilizzare una determinata spezia non tanto per cercare un’armonia di sapori ma per evocare qualcosa di piacevole. Il sapore della spezia, e il profumo che scatena nel piatto e tra le mura, mi conduce a una situazione, a un momento in cui sono stata felice. La spezia è come un attivatore; io annuso e la banca dati dei miei ricordi mi propone un risultato. I chiodi di garofano sono la mia infanzia, li utilizzo quando ho voglia di sentire la voce di mia nonna che mi chiama per la merenda. La cannella è Natale con gli amici, la utilizziamo spesso per abbellire i doni o per insaporire un cocktail. Il colombo è vacanza, mare e sole. La curcuma è India, non ci sono mai stata ma mi evoca il calore e la gentilezza di quel popolo. Mediterò sulle altre spezie, non ho ancora pensato al curry.