Odore di Venezia

Sono stata molte volte in questa città. L’ho vissuta a tante età e per diversi motivi: per una semplice gita, per lavoro, per celebrare il matrimonio di amici cari, o per temi specifici legati ad un arricchimento culturale. Questa volta è stato diverso. Ho trascorso poco più di ventiquattrore in laguna, in un periodo caldo e affollato dai turisti, eppure ho trovato una meraviglia. La città è accogliente, ben disposta al prossimo, c’è cordialità nello sguardo dei residenti e gli ospiti sono rispettosi. Il luogo è fuori dal normale, si tratta di un’ambientazione unica al mondo: sali e scendi sui ponti, l’acqua intorno insieme alla maestosità dei campi e dei palazzi. C’è decadenza, quel senso di fatiscente sui muri, o negli anfratti, che la rende ancora più affascinante così come lo è una donna ricca di esperienza. Ho amato fare la veneziana, perdermi fra i calli e i sotopordeghi, passeggiare velocemente per raggiungere il teatro schivando per pochi istanti un temporale improvviso. Mi sono piaciuti il cielo cupo e l’aria umida che mi ammoscia i capelli. Ho amato i gondolieri che parlano fra loro in una lingua straniera e poi chiedono ai passanti “Gondola?” e i turisti si mettono in fila per fare un giro di mezz’ora fra i canali. Passeggiando mi è tornata in mente una storia che mi raccontò una ragazza americana conosciuta qualche anno fa; mi disse che era arrivata a Venezia per turismo, in occasione di un viaggio organizzato, e si innamorò di un gondoliere. Fu amore a prima vista e lei decise di non tornare più negli Stati Uniti ma di vivere per sempre all’ombra del Leone. Aveva scritto un racconto nel quale sembrava mancasse la verosimiglianza, la credevano una storia inventata perché era troppo perfetta. Venezia ci può serbare anche questo: una realtà che sembra una finzione che rivendica la sua autenticità.
Ci voglio tornare. Per ora mi sono portata a casa il suo odore; c’era un negozio vicino all’albergo che emanava un profumo di buono, sono entrata e ho chiesto cosa fosse.
“Il nostro profumo per ambienti.” Mi ha detto il commesso.
“Lo voglio.” Ho risposto io.
Ogni volta che lo spruzzerò chiuderò gli occhi e penserò a questa città.

Il trucco

“Aspetta, metto gli occhiali.” Il mio amico G. lo disse mentre infilava le lenti scure di una montatura in voga nei primi anni novanta e diventata iconografica.
“Non sono miei.” Aggiunse G. dopo essersi messo comodo sulla sedia.
“Li ho rubati a lui.” Lo disse indicando il nostro amico A. che stava parlando al telefono.
“Puoi ripetere?” Me lo chiese G., voleva che gli facessi di nuovo la domanda o forse voleva avere ancora un po’ di tempo per trovare la risposta.
“Sei felice?” Gli chiesi io mentre tenevo in mano il bicchiere con il prosecco.
Non ci vedevamo da tempo, ci eravamo incrociati, avevamo fatto chiacchiere di lavoro al telefono ma non avevamo mai parlato. Io lo vedevo felice, aveva un’aria di pace e volevo sapere il trucco.
“Dalla.” Disse G. “È questo il trucco. Dalla sempre, con chiunque.” Proseguì dietro agli occhiali.
Rimasi a pensare per qualche istante. Sapevo che il significato era diverso da quello che s’intendeva al liceo.
“Vuoi dire che è bello fare qualcosa per gli altri?” Chiesi io.
“Voglio dire darsi, donarsi, pensare all’altro prima che a te. Sei disposta?”
“È bello?” Chiesi a G.; volli approfondire, mi fece degli esempi. Mi parlò dei tre figli, della moglie, dei suoceri e aggiunse qualcun altro nella lista. Parlò di persone estranee, di quelle che incontrava al bar al mattino o sul treno a fine giornata.
“Ridammi i miei occhiali.” Urlò A. dopo avere finito la sua telefonata.
G. tolse le lenti nere, vidi gli occhi sinceri, sorrise e ricordai quello che mi mostrò quindici anni prima,  quando ci presentammo.
“Sono un pezzo raro, hanno più di vent’anni.” Disse A. prendendo gli occhiali e poggiandoli sulla testa.
Ci alzammo in piedi e andammo verso il tavolo dove gli amici ci aspettavano per cena.
“Ci vuole consapevolezza?” Chiesi a G.
“Per darla?” Mi chiese lui.
“Credo che sia necessario farlo con volontà.” Precisai io.
“L’importante è fare qualcosa per gli altri. Hai mai visto come sono felici?” Mi disse G.
Ripensai alle volte in cui avevo ceduto o a quando avevo fatto una sorpresa; avevo visto la gioia nell’altro, mi piaceva quella sensazione.

Nella foto: Marcello Mastroianni nel film 8 ½.