Paper Moon Giardino

Milano continua a stupirmi. La nostra è una lunga relazione, dovremmo conoscerci bene, eppure riesce ancora a generare un senso di meraviglia quando svela i suoi angoli più nascosti.
In via Bagutta, ad esempio, è stato restaurato un meraviglioso palazzo del 1830, si tratta di casa Reina, che al suo interno nasconde un delizioso giardino. Prato all’inglese, veranda con colonnato, statue in stile neoclassico, arredamenti esterni in ferro battuto, tovaglie bianche di fiandra, luce serale affidata alle candele. In questo contesto discreto, mai ostentato, è stato aperto un ristorante: il Paper Moon Giardino, affiliato dell’omonimo posto già noto negli anni ’80. Il personale accoglie gli ospiti e li accompagna fuori, passando dalle sale interne, arredate con gusto, fino alla veranda. I tavoli non sono tanti e c’è uno spazio sufficiente per godere della propria intimità; il cibo è squisito, la cucina è mediterranea, semplice, con ingredienti di qualità. E dopo il conto? Due passi per il centro e in qualche minuto si è già sui binari. Contrasti? Sì, dal giardino dell’ottocento al vagone della metropolitana in sette minuti; un viaggio nel tempo e nello spazio che ci dona la nostra città.

Bisogno di intrattenimento

“È così difficile accettare di stare senza fare niente?” Me l’ha chiesto la mia amica F.; la domanda non era per me ma per gli altri.
Le dicevo che quando sono dal parrucchiere mi rilasso e non ho voglia di parlare, ne approfitto per fare qualche riflessione, quindi amo il silenzio degli altri.
A lei capita la stessa cosa in treno. Viaggia molto e spesso non fa niente in quelle ore, pensa.
“In genere mi sollecitano, la ragazza che fa lo shampoo mi offre una rivista.” Raccontavo a F. sottolineando che se dico di no mi chiedono per tre volte se sono sicura.
“Le persone mi parlano.” Mi ha detto F. precisando che se non legge o non si mette al computer la gente la guarda e inizia a conversare.
Penso ai bambini che incontro nelle sale d’attesa, in fila alla posta o sui mezzi. Li vedo con la faccia sullo smartphone, continuano a compiere operazioni e si muovono. Ricordo quando ero piccola e mia madre mi ordinava di stare seduta e ferma; io lo facevo.
Nell’attesa pensavo, usavo la fantasia e inventavo storie. Guardavo la gente che mi stava intorno e mi divertivo a immaginare le loro vite, questo lo faccio ancora oggi, è un gioco che mi è sempre piaciuto.
“Non siamo più abituati.” Ho risposto a F., non era la mia risposta ma quella degli altri.
Le persone hanno bisogno di intrattenimento; è necessario riempire costantemente uno spazio vuoto, un attimo di attesa, una finestra di “tempi morti”, quelli che s’incontrano sui mezzi di trasporto o ai cancelli per l’imbarco; mentre si passeggia sulla banchina in attesa del treno, in coda alla cassa del supermercato, al cinema, mentre si aspetta che cominci un film.
“A me piace.” Ho risposto a F.
“Anche a me.” Ha detto lei.
“Però gli altri ti guardano.” Ho aggiunto io.
“Con stupore.” Ha precisato lei.
Un tempo prezioso, fatto di minuti utili per programmare, progettare, organizzare ma soprattutto per guardarsi e conoscersi. Forse è per questo che si sfugge?

Nell’immagine: Berlin 1924, di Catherine Abel.