Filosofia

Silenzio

Al mattino presto il cortile è silenzioso. Apro la finestra e ascolto, non sento niente. Non ci sono rumori in lontananza, neppure il cigolio del tram, neppure il camion della spazzatura. È silenzio. Ogni tanto vive nel silenzio un cinguettio o il fruscio di foglie dondolate dal vento. Ma è un silenzio pieno, rotondo, accogliente. Contiene i miei pensieri, li custodisce, e ospita i sogni dei dormienti. Io guardo dalla finestra e immagino, mentre attendo di scoprire il primo che si sveglierà. È un tempo che voglio fare durare, è uno spazio solo mio che difendo e coltivo. Non so dire quando è iniziato il piacere di questo momento, forse un giorno per caso, quella volta in cui capii che, anche in un palazzo in pieno centro, in una città caotica e trafficata, poteva esistere uno spazio muto. È stata la volta in cui non ne ho avuto paura.

Non significa che la paura del silenzio sia scomparsa, l’horror vacui è una bolletta della luce dimenticata e se non paghi staccano la corrente, ma c’è stato un momento in cui ho capito che potevo affrontarla, guardarla in faccia, scambiarci due chiacchiere davanti a una tazza di tè.
Rileggendo qualche appunto, ho recuperato una frase di Blaise Pascal, il quale sosteneva che l’infelicità degli uomini proviene dal non sapere restare tranquilli in una stanza [Cit.], le sue parole sono diventate concrete ascoltando qualche testimonianza. Si tratta di quelle situazioni in cui c’è un tema che frulla per la testa e, inevitabilmente, intorno tanti ne parlano. Si dice che attiriamo ciò che pensiamo, negli ultimi giorni mi è capitato e colgo l’occasione per andare a fondo, per quello che mi riesce, di questa riflessione.

Vivere il silenzio permette di conoscersi. Soli in quella stanza, tranquilli, ossia senza distrazioni – telefono, lavatrici da programmare, piani da sviluppare – possiamo sentire la nostra musica, apprezzarla o cambiarla, qualora ci risulti stonata.
È un’opportunità sempre possibile, è una caratteristica dell’essere umano e, se siamo umani, è nostra facoltà dare spazio alla sinfonia che ci abita. Bastano cinque minuti, non è detto che si debba stare dentro al silenzio per ore, almeno all’inizio, si può fare un passo molto piccolo e dedicare un minuto che poi diventa doppio e cresce, perché crescerà sempre, visto che il percorso – come suggerisce Pascal – è un antidoto all’infelicità.

Nell’immagine: René Magritte, Le Beau Monde, 1962

Il relativo del gusto

Che cosa ci piace? Credo che sia facile definire una lista precisa riferendosi al cibo, alle letture, ai dipinti di grandi artisti, alla musica fino ad arrivare agli oggetti di design e all’abbigliamento. Potrei continuare, le categorie sono infinite e per ognuna scatta un meccanismo che ci porta a scegliere.
Il gelato per me è nocciola e pistacchio. Amo gli scrittori americani e sono sentimentalmente legata a quelli francesi, in particolare ai classici, ma sono pronta a scoprire le novità che mi vengono consigliate. Mi piacciono le tinte unite, preferisco i colori decisi ma come scelgo? Inseguendo l’armonia. Ho trovato questa risposta tempo fa quando ho capito che il mio gusto veniva orientato da una sensazione: sentire che c‘è armonia, avere la percezione che tutte le tessere di un ipotetico puzzle siano messe al posto giusto. Vale ancora di più per la musica, mi piace ciò che mi porta una piacevole emozione, in dipendenza del mio stato d’animo del momento. Alcune canzoni non mi piacciono, possono essere il motivo più gettonato del momento ma mi provocano disagio e trovo note stonate con il mio essere.
A volte succede qualcosa e torno sui miei passi. Mi è capitato di vedere un film in cui ho ascoltato una canzone che conoscevo e che non mi piaceva. Quelle note hanno continuato a risuonarmi in testa, ho cominciato a canticchiarle, le ho cercate, ho comprato la canzone. Come mai? Era colpa del film. Quella musica ha assunto un significato diverso dopo averla sentita dentro alla storia. Quindi il mio gusto è relativo? Cambia in base al contesto? Si modifica in relazione a ciò a cui viene associato? Mi sono risposta che è così ma non per tutto. Certe musiche sono superiori, posso affermare che Chopin mi piace, indipendentemente dal contesto. Da chi dipende? Da me? Dal mio sentire volubile o dalla grandezza dell’autore? Oppure il mio sentire volubile mutando percepisce quella grandezza? Le domande restano aperte.
È bene farsi domande, ripeteva il mio insegnante di filosofia al liceo.
Prof. ha dimenticato di dirmi dove trovare le risposte; se ci fosse ancora glielo direi.