Tempo

Synecdoche, New York: vivere o lasciarsi vivere?

SyneddocheQuesto film, scritto e diretto da Charlie Kaufman, è del 2008 ma in Italia è uscito solo questa settimana per motivi sembra legati ai diritti. Forse l’avere aspettato è un bene perché si tratta di un film molto complesso e ricchissimo di spunti e di messaggi difficili da comprendere anche oggi. Ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte all’opera di un’artista molto innovativo che, essendo più avanti rispetto al tempo in cui vive, difficilmente riesce a trasferire ciò che desidera ad un pubblico che spesso è un passo indietro. Il regista ci mostra un mondo surreale in cui molto di quello che vediamo vive solo nella mente del protagonista che è un regista a sua volta e si chiama Caden Cotard. Nella mente di Caden albergano tante paure, quelle dell’uomo di oggi: paura dei propri sentimenti, della solitudine, di agire, del tempo che passa, della morte. Il rischio è che queste paure prendano il sopravvento e lascino l’uomo atterrito impedendogli di vivere fino in fondo ciò che invece c’è di buono in ogni giorno. Questo è il messaggio che ho colto io ma sono sicura che ognuno potrà cogliere il suo.

Il film è bello ma può essere angosciante, da vedere in uno stato emotivo stabile.

Chi ha tempo non aspetti tempo

ChiHaTempoRitorno spesso con la mente a questo detto popolare che mi ripeteva mio nonno quando ero piccola. Lo ricordo perfettamente, era un uomo di altri tempi che mi sembrava anacronistico anche allora perché vestiva con un abito elegante, teneva l’orologio nel taschino del panciotto e metteva sempre il suo cappello Borsalino per uscire. Io tornavo da scuola e lui immediatamente mi spronava a mettermi all’opera per fare i compiti, io facevo i capricci e dicevo che li avrei fatti dopo. Dopo avere pranzato, dopo i cartoni animati, dopo avere giocato, dopo tutto. Lui mi guardava con aria seria ma pacata ripetendomi “chi ha tempo non aspetti tempo”. Ci ho messo anni per capire che cosa intendesse. Il suo non era un rimprovero, non voleva neppure esortarmi a pensare prima al dovere e poi al piacere; la sua intenzione era quella di farmi capire che il tempo è un bene prezioso e che va sfruttato nel migliore dei modi. Per lui significava guidarmi perché io mi concentrassi sul mio obiettivo che allora era il percorso scolastico di cui i compiti rappresentavano un punto del processo. Il rimandare mi avrebbe distolto dall’obiettivo e, aspetto forse più grave, mi avrebbe trascinato verso la cattiva abitudine di rimandare le cose importanti della vita. Credo che mio nonno volesse dirmi questo, volesse insegnarmi a non rimandare ma ad affrontare sempre le questioni che ci capitano nel quotidiano. Solo affrontandole potremo superarle e andare avanti.