Amore

L.O.V.E.

LOVE_2Mi sono chiesta perché Maurizio Cattelan abbia intitolato L.O.V.E. l’opera costruita al centro di Piazza degli Affari. Con questo acronimo identifica: Liberta, Odio, Vendetta, Eternità. Ci ho pensato un po’ e mi sono resa conto che il significato di queste quattro parole ha molto a che fare con l’amore.
Libertà ed Eternità mi fanno pensare al bene, esiste una grande bellezza in questi due termini e in fondo la libertà contiene l’eternità perché ci regala l’immortalità e, viceversa, possiamo dire che c’è tanta libertà nell’essere eterno. L’odio e la vendetta sono il male, tra loro si parlano e si alimentano. Nella parola amore troviamo quindi due opposti, due calamite che si attraggono, due poli la cui esistenza è possibile solo in ragione dell’esistenza dell’altro. È questo l’amore? Non sono riuscita a rispondere ma ho trovato autorevoli pensatori che si sono interrogati prima di me.
Nelle vicinanze di un giorno che ci porta a soffermarci sull’amore, condivido il pensiero di grandi scrittori che si sono già interrogati su questo tema spendendo parole meravigliose.

Alda Merini diceva semplicemente questo: “Due cose portano alla follia l’amore e la sua mancanza”.

Gabriel García Márquez, ne L’amore ai tempi del colera, cerca qualcosa di eterno: “…Doveva insegnarle a pensare all’amore come a uno stato di grazia che non era un mezzo per nulla, bensì un’origine e un fine in sé.”

Marcel Proust, ne All’ombra delle fanciulle in fiore, parla di libertà: “…E forse anche non c’è atto più libero, perché è ancora sprovvisto di abitudine, di quella specie di mania mentale che, in amore, favorisce il rinascere esclusivo dell’immagine di una data persona.”

Sono io quella che corre

SonoIoQuellaCheCorreMetti una sera fra amiche, sedute a un tavolo tondo in un bel locale, accompagnate da un paio di giri di Margarita. I. ha uno strano sorriso, di quelli che riconosci da lontano e ti fanno capire che è innamorata. V. la guarda e commenta, si rivolge a noi altre raccontando di questo uomo coraggioso, una sorta di essere mitologico, che, per amore di I., ha deciso di ribaltare la sua vita: ha lasciato la moglie, ha cambiato città e pure il lavoro. I. sorride, è felice e ci racconta del momento in cui gliel’ha comunicato. Lei era alla stazione, stava partendo per le vacanze invernali, tornava dai suoi in Puglia. Lui è arrivato trafelato, il treno stava per partire e lei l’ha visto dal finestrino mentre correva su e giù per i binari. I. ha aperto il finestrino (meno male che esistono ancora treni con i finestrini che si aprono!) e lui le ha detto che aveva deciso, che voleva lei. Il treno è partito e lui ha continuato a correre, ha corso fino a quando I. lo poteva vedere.
Alla fine di questo racconto V. ci dice che non le capiterebbe mai una scena così perché sostiene di essere lei quella che corre alla stazione. E lì, complice l’ennesimo giro di Margarita, confessa la sua attitudine alla conquista, forse per la leadership che ha sul lavoro, o forse per qualcosa che le è rimasto dentro dal passato, lei è quella che fa il pilota in un rapporto di coppia. Non ne è felice, ce lo dice per la prima volta, non le piace più quel ruolo ma non riesce a cambiare perché incontra solo uomini che vogliono farsi pilotare. Guardo V. e le chiedo se sia sicura di volere cambiare, voglio che sia lei a dirmi che si è stancata di correre alla stazione. V. mi guarda e sorride, non risponde e beve l’ultimo sorso di Margarita mentre brindiamo. Tornando a casa ho pensato che per  incontrare persone diverse da quelle che ci sono sempre capitate bisogna iniziare a cambiare sé stessi. È come quando si percorre la stessa strada per molto tempo, è difficile che si vedano cose nuove su quel tragitto ormai noto, perché accada è necessario provare a cambiare percorso.