Autore: Ratatuia Metropolitana

Parlare la stessa lingua

Tram_passo_DuomoIeri, mentre aspettavo il tram, mi si è avvicinato un ragazzo. Avrà avuto poco meno di trent’anni e dalle sue parole ho capito che era straniero, parlava abbastanza bene l’italiano ma ho colto nel suo accento qualcosa dei Paesi dell’est. Mi ha chiesto se il tram arrivasse fino al Duomo, la domanda mi ha sorpresa perché mi trovavo in una zona fuori mano e abbastanza distante dal centro. Gli ho detto di no e lui mi ha guardata con stupore, quasi come se fosse certo della mia conferma. Con aria interrogativa mi ha mostrato il cartello che diceva “Tram a passo d’uomo” e mi ha chiesto il perché della mia risposta visto che per lui il cartello era chiaro: il tram passa a Duomo! Ho capito l’equivoco e gli ho spiegato il significato del cartello ma mentre ne parlavo mi rendevo conto che per lui era difficile da comprendere, a un certo punto ho cominciato a mimare facendogli capire che cosa s’intende con la parola “passo” e dicendo che “Duomo” è diverso da “d’uomo” seppure assonante. Alla fine il ragazzo ha capito e ha cercato un’alternativa per recarsi  verso il Duomo. L’episodio mi ha fatto pensare alla lingua, a quante sfumature ci siano e a come sia difficile intendersi anche tra presone che la condividono dalla nascita, figuriamoci con chi la impara successivamente. Poi ho pensato ai gesti, per spiegare ho avuto un moto spontaneo, ho mimato, ho preferito utilizzare un linguaggio che crediamo universale. Forse mi sbaglio, in alcune culture certi gesti hanno significati diversi da quello che posso attribuirgli io. Esiste qualcosa di universale? C’è un modo per comprendersi anche tra chi parla diverse lingue? Forse basta essere predisposti e aprirsi, forse ci sono frequenze comuni che ancora non conosciamo ma che ci uniscono. Il tema è complesso e resta aperto; tornando a casa però ho pensato che la frase del cartello si potrebbe cambiare, la vedo un po’ anacronistica, e se si scrivesse: “Tram lento”; “Tram adagio”… o qualcosa di simile?

Le Confessioni: non avere per essere

Le_confessioniHo trovato questo film potente. L’andamento è abbastanza lento, è un film che stimola il pensiero e il silenzio e per questo ha bisogno di tempo e di pazienza. Si svolge in un luogo che appare distante dal mondo, è un hotel in cui gli ospiti restano protetti da ciò che accade all’esterno quasi come se volessero restare lontani dai pensieri e dalla vita di ogni giorno. Il monaco protagonista (interpretato da Toni Servillo) è una figura che accompagna; una sorta di voce fuori dal coro che, attraverso il suo esempio, conduce a riflettere su grandi temi: il potere, l’avere, l’orgoglio, la vanità, l’egoismo. Mi è piaciuto perché ho trovato un modo diverso di spingere lo spettatore alla riflessione, senza retorici paternalismi ma attraverso il racconto e la manifestazione di qualcuno che ha un punto di vista diverso.