Pensare

Cattura qualche spunto per una riflessione

Il ricordo delle spezie

Spezie“Brocca e cannella!” Era la raccomandazione che faceva mia nonna quando mi dava le indicazioni per la ricetta del ragù; con il termine “brocca” s’intendono i chiodi di garofano, era il suo modo dialettale per riferirsi a questa spezia. Il suo segreto per un buon ragù era questo e, se il suo umore lo suggeriva, aggiungeva la noce moscata. Ricordo la sua cucina piena di vasetti nei quali immaginavo ci fossero intrugli di ogni specie; nel tempo ho sviluppato un mio gusto per le spezie e ne ho provate altre che mia nonna non ha mai conosciuto. Ce ne sono alcune che ho imparato ad apprezzare grazie ai miei viaggi, il colombo ad esempio è diffusa nella cucina creola e si trova spesso anche nel sud della Francia. Ricordo di averla comprata in un mercato di Saint-Tropez diversi anni fa. Conservo anche io i miei vasetti e ogni tanto li apro, li annuso, chiudo gli occhi e scelgo qualcosa da ricordare.
Ho pensato spesso al mio utilizzo delle spezie e credo che sia molto condizionato dal ricordo; mi sono resa conto che mi capita di utilizzare una determinata spezia non tanto per cercare un’armonia di sapori ma per evocare qualcosa di piacevole. Il sapore della spezia, e il profumo che scatena nel piatto e tra le mura, mi conduce a una situazione, a un momento in cui sono stata felice. La spezia è come un attivatore; io annuso e la banca dati dei miei ricordi mi propone un risultato. I chiodi di garofano sono la mia infanzia, li utilizzo quando ho voglia di sentire la voce di mia nonna che mi chiama per la merenda. La cannella è Natale con gli amici, la utilizziamo spesso per abbellire i doni o per insaporire un cocktail. Il colombo è vacanza, mare e sole. La curcuma è India, non ci sono mai stata ma mi evoca il calore e la gentilezza di quel popolo. Mediterò sulle altre spezie, non ho ancora pensato al curry.

Parlare la stessa lingua

Tram_passo_DuomoIeri, mentre aspettavo il tram, mi si è avvicinato un ragazzo. Avrà avuto poco meno di trent’anni e dalle sue parole ho capito che era straniero, parlava abbastanza bene l’italiano ma ho colto nel suo accento qualcosa dei Paesi dell’est. Mi ha chiesto se il tram arrivasse fino al Duomo, la domanda mi ha sorpresa perché mi trovavo in una zona fuori mano e abbastanza distante dal centro. Gli ho detto di no e lui mi ha guardata con stupore, quasi come se fosse certo della mia conferma. Con aria interrogativa mi ha mostrato il cartello che diceva “Tram a passo d’uomo” e mi ha chiesto il perché della mia risposta visto che per lui il cartello era chiaro: il tram passa a Duomo! Ho capito l’equivoco e gli ho spiegato il significato del cartello ma mentre ne parlavo mi rendevo conto che per lui era difficile da comprendere, a un certo punto ho cominciato a mimare facendogli capire che cosa s’intende con la parola “passo” e dicendo che “Duomo” è diverso da “d’uomo” seppure assonante. Alla fine il ragazzo ha capito e ha cercato un’alternativa per recarsi  verso il Duomo. L’episodio mi ha fatto pensare alla lingua, a quante sfumature ci siano e a come sia difficile intendersi anche tra presone che la condividono dalla nascita, figuriamoci con chi la impara successivamente. Poi ho pensato ai gesti, per spiegare ho avuto un moto spontaneo, ho mimato, ho preferito utilizzare un linguaggio che crediamo universale. Forse mi sbaglio, in alcune culture certi gesti hanno significati diversi da quello che posso attribuirgli io. Esiste qualcosa di universale? C’è un modo per comprendersi anche tra chi parla diverse lingue? Forse basta essere predisposti e aprirsi, forse ci sono frequenze comuni che ancora non conosciamo ma che ci uniscono. Il tema è complesso e resta aperto; tornando a casa però ho pensato che la frase del cartello si potrebbe cambiare, la vedo un po’ anacronistica, e se si scrivesse: “Tram lento”; “Tram adagio”… o qualcosa di simile?