Mi piace mangiare il pinzimonio con olio e aceto, quando lo preparo prendo una piccola tazza tonda in cui verso olio d’oliva, alcune gocce di aceto balsamico e un pizzico di sale. Prendo una forchetta e mescolo per rendere la miscela omogenea, in quel momento inizia il gioco che faccio da quando, studiando fisica, ho scoperto il concetto della miscibilità dei liquidi. Lavoro con velocità le due sostanze e le gocce di aceto diventano minuscole, sembra che possano smembrarsi e diventare parte integrante dell’olio ma così non è. Mi fermo, guardo il composto per qualche istante e l’aceto torna allo stato iniziale. Le piccole particelle si cercano e vanno a comporre una grande goccia, non si mescolano all’olio, se ne stanno in disparte. L’aceto non è miscibile con l’olio. Dipende dalla diversa consistenza, dalla loro diversa tensione, non è possibile che da questi due elementi nasca un composto unico. Ci provo sempre, mi diverto a pensare che quella volta ci riuscirò, che potrò modificare i risultati della fisica ma non succede. Gioco con la forchetta, la agito con velocità ma il risultato è sempre lo stesso. Mi arrendo e intingo le verdure, le assaporo e mi rendo conto che le due sostanze restituiscono al palato un equilibrio armonico, pur non essendo miscibili sono in grado di dare valore se messe insieme, apportano un sapore unico e nuovo, diverso da quello che potrebbero restituire se usate singolarmente. Funziona così anche con le persone, nelle relazioni. Proviamo a mescolarci ma i risultati sono sempre diversi. Con qualcuno, che ha una consistenza simile alla nostra, riusciamo a dare vita a un composto nuovo; con altri decidiamo di non mescolarci per niente, sentiamo che è bene lasciare alte le nostre barriere. Pensando all’olio e all’aceto ho trovato una diversa possibilità: la miscibilità parziale, il sentire che qualche tipo di mescolanza può esserci. Probabilmente è un percorso più ostico, fatto di differenti che devono essere disposti a volersi mescolare, ad abbattere qualche barriera aprendosi all’altro. Credo ne valga la pena, si potrebbe trovare un equilibrio nuovo, di certo si avrà un’occasione di crescita come sempre accade attraverso il confronto.
Pensare
Lasciare andare le cose
Credo che non sia facile trovare il tipo di cappello che più ci sta bene, quello con cui ci sentiamo a nostro agio; io mi trovo bene con il basco. Mia madre me lo metteva da piccola, ricordo che me ne comprava uno per ogni colore e amava farmelo indossare in tinta con la tonalità del vestito che sceglieva per me. Crescendo, e dovendomi difendere dal freddo e dalla pioggia, ho continuato a indossare quel tipo di cappello, forse per abitudine o forse per affezione. Tra quelli che ho ce n’è uno che mi piace più degli altri, ha la giusta larghezza e mi sta comodo, ha un colore neutro che posso mettere con tutto, è caldo, copre molto bene la fronte e me lo regalò una persona per me importante.
Qualche giorno fa l’ho perso, non so come sia accaduto, prima era nella mia borsa e poi non c’era più. Il mio basco preferito deve essere caduto per strada e, nonostante abbia provato a cercarlo ripercorrendo a ritroso il tragitto, è come se l’asfalto l’avesse inghiottito, volatilizzato, mangiato da qualcuno che passava, preso dagli alieni, non so. Scomparso. Sono tornata a casa e ho cercato di farmene una ragione, ho pensato che un altro basco simile a quello lo troverò da qualche parte prima o poi.
Il vero punto però è che quel basco non ci sarà più e a questo è difficile abituarmi. Ho la tendenza a restare attaccata alle cose perché le cose mi ricordano le persone e, quando le persone non ci sono più, ho la sensazione che le cose mi permettano di restare in contatto con loro. Devo provare a cambiare punto di vista, in fondo il contatto può avvenire anche in modo diretto, pensando con amore a chi se n’è andato. Voglio riuscire a lasciare andare le cose.
Nell’immagine: La sciarpa blu di Tamara de Lempicka, 1930.