Pensare

Cattura qualche spunto per una riflessione

La strategia del fare

Strat_FareLa chiacchiera è una grande tentazione. Ci sono persone che amano ascoltarsi e parlano per sentire ripetutamente la loro voce, i discorsi forbiti, le dissertazioni su innumerevoli questioni. Nel tempo ho capito che l’efficacia sta nelle poche parole; concetti chiari e sintetici sono spesso in grado di colpire nel segno trasmettendo a chi si ha di fronte il vero senso di ciò che si vuole comunicare. E dopo subentra l’azione, il fare per mostrare ciò che si è sostenuto, dare un esempio concreto e visibile permette che le parole abbiano consistenza. Nel mondo del lavoro capita quotidianamente di dovere perdere tempo per dire, parlare per sostenere una posizione, mostrare con le parole e non con i fatti. Sembra che le persone abbiano paura di passare ai fatti, forse è così. Mi sono trovata spesso in questa situazione e ho capito che l’uomo ha la tendenza a condurre tutto a ciò che conosce. Se una cosa non è nota, intendo una procedura, una metodologia, un qualche tipo di passaggio nell’ambito di un progetto, si tende a mettere in dubbio la sua fattibilità. Perché? È così difficile provare? L’innovazione nasce così, attraverso la prova, facendo qualche cosa che non si è fatto prima, dando libero sfogo a una semplice intuizione. Agire e fare, magari si sbaglia, forse si dovrà procedere con un secondo tentativo per fare delle correzioni, ma solo così si va avanti. Fermarsi alla chiacchiera condanna alla staticità; ci si ferma in quel punto e si gira a vuoto, come nei vecchi dischi quando la puntina si fermava in un solco del vinile e la strofa della canzone veniva ripetuta all’infinito.

Quando il citofono non suona

CitofonoL’altro giorno chiacchieravo davanti a un caffè con la mia amica S. e ci siamo addentrate sul tema di volere qualche cosa e trovare il modo per ottenerlo. Si parlava della carriera, dei passaggi interni a un’organizzazione e del fatto che si è convinti che facendo del proprio meglio si verrà di certo premiati. Una persona lavora con impegno e passione, mostra di essere responsabile e di fare meglio di altri colleghi, accetta tutte le sfide, si carica di attività extra e alla fine tante pacche sulle spalle. Si resta delusi perché ci si aspettava una gratificazione più concreta, ad esempio un aumento di stipendio che però non arriva. Di chi è la colpa? Prima di dare colpe è bene domandarsi che cosa abbiamo avuto il coraggio di chiedere. Nel lavoro e nella vita privata facciamo delle cose, agiamo sempre con una finalità ma tocca a noi essere chiari ed esplicitare il nostro fine altrimenti restiamo in balia degli altri; speriamo che le persone possano capire che cosa vogliamo e ci illudiamo che ci sia un senso diffuso di giustizia per cui le cose arriveranno. Non è esattamente così. Allora dobbiamo fare i conti con le richieste, è questo il vero tema: chiedere. Ci vuole coraggio perché chiedere significa essere consapevoli di ciò che si vuole e soprattutto essere convinti di meritarlo. Se non siamo solidi sulle nostre posizioni, se le mettiamo in discussione porgiamo il fianco al conflitto che ci spinge a ritenere che, se ce lo meriteremo, verremo premiati. Un giorno, forse. Un giorno qualcuno suonerà al nostro citofono e ci darà l’ambito premio. E se il citofono non suona?  Meglio agire. Per prima cosa impariamo a dirci che cosa vogliamo e poi prendiamo il coraggio per dirlo anche agli altri. Sono sicura che se una cosa la desideriamo davvero, significa che ce la meritiamo. A noi il coraggio di andarla a prendere!
Ho salutato la mia amica S. con entusiasmo, ci siamo dette che ci fa bene prendere un caffè insieme.