Ho trascorso l’infanzia in un piccolo paese di provincia nella bassa padana dove la bicicletta era uno dei principali mezzi di trasporto. Le persone la utilizzavano per trasportare tutto e si cimentavano spesso con carichi pesanti e rischiosi. Io osservavo la circolazione e ad un certo punto, quando cominciai ad essere abbastanza consapevole per costruirmi un’opinione, capii che c’erano due cose molto difficili da affrontare: trasportare con la bicicletta una seconda bicicletta e trasportare una scala. In relazione al primo caso ricordo che mio nonno era un maestro in questo. Al mattino mia madre mi accompagnava a scuola in automobile e all’ora di pranzo arrivava a prendermi il nonno. Veniva sulla sua bicicletta e portava con se anche la mia. La trasportava tenendola per il manubrio con una sola mano, lui pedalava sulla sua e la mia bici gli correva a fianco. Mi sembrava un gioco di prestigio, ogni volta ne rimanevo entusiasta e pensavo che fosse quasi una magia. Uscivo da scuola, salivo sulla mia Graziella blu e pedalavo orgogliosa a fianco del mio nonno-mago. In relazione al secondo tema ricordo bene l’imbianchino. Era un signore che abitava nella mia stessa via e, quando d’estate stavo fuori a giocare in giardino, lo vedevo passare avanti e indietro sulla bicicletta. Indossava una tuta bianca piena di macchie colorate e sulla spalla portava il piolo della scala come fosse una borsetta a tracolla. Trovava la posizione migliore, quella in cui la scala non tocca per terra, e girava per il paese con questa specie di antenna rivolta verso il cielo. Mi chiedevo sempre se non fosse troppo pesante per la sua spalla e se non ci fosse il rischio che, in seguito a una frenata, la scala scendesse giù per il braccio e gli facesse perdere l’equilibrio. Niente di tutto ciò, la scala sembrava incollata e l’imbianchino passeggiava leggiadro mentre si dirigeva al lavoro. Pensavo che queste fossero scene di altri tempi, fotogrammi di un passato lontano e ormai in via di estinzione. Invece questa mattina, in pieno centro a Milano, davanti a me c’era un signore con la scala sottobraccio. La scena mi ha fatto riflettere sull’ingegnosità dell’uomo e sul fatto che probabilmente questo genere di trasporto deve essere consolidato. Chissà se questo signore l’ha scoperto da solo, per esigenza. Magari c’è stato qualcuno che glielo ha suggerito e gli ha dato anche le indicazioni per gestire il rischio. Questo non lo so. Mi è piaciuta la sensazione. L’idea di trasportare una scala su cui qualcuno potrà salire per andare ancora più in alto e assaporare l’odore delle nuvole.
Autore: Ratatuia Metropolitana
Ribadire l’ovvio
In alcune circostanze, mentre si dialoga con qualcuno, si tende a tacere alcune informazioni dandole per scontate. In genere lo si fa perché si pensa che l’altro si possa offendere di fronte a parole o temi che si sono già affrontati o che fanno parte di un’esperienza molto comune. Mi è capitato un esempio qualche settimana fa. Un amico, che aveva un appuntamento in Duomo, mi ha chiesto quale fosse il mezzo più rapido per arrivare in centro, gli ho indicato la metropolitana come la migliore soluzione. Facile. Non ho però specificato che a una certa ora la metropolitana chiude e che bisogna informarsi sull’orario dell’ultimo treno di sera, oppure si decide di trovare una soluzione alternativa per il ritorno: taxi, bus, bicicletta… L’indomani l’amico mi ha chiamata lamentandosi della sua disavventura. È arrivato alla metropolitana e l’ha trovata chiusa, non aveva i soldi per un taxi, non trovava un autobus che andasse nella sua direzione. Un disastro, più di un’ora persa per trovare una soluzione. Avevo dato per scontato l’informazione sull’orario perché lui prende i mezzi pubblici di frequente, in realtà ho scoperto che non gli era mai capitato di ritornare dopo la chiusura della metro. Ho capito che non è utile tacere le informazioni che abbiamo quando non conosciamo l’esperienza dell’altro. Ogni punto del processo va condiviso e comunicato all’altro il quale così ha l’opportunità di arricchire la propria esperienza e di godere di una sorta di vantaggio che, forse, tornerà indietro anche a noi grazie a qualcuno che ci dirà quello che conosce. In fondo è un po’ come fanno le mamme o le nonne, abituate a fare raccomandazioni. Credo che lo facciano per un motivo, anzi, a questo punto ne sono certa.